L’esistenza di una cultura che si definisce “conservatrice” è una costante nella cultura europea e ne rintracciamo le origini nell’opposizione alle idee della Rivoluzione Francese, ovvero all’irrompere prepotente nella storia di una visione ideologica dell’uomo, della società e della realtà che da allora si è dimostrata tanto sanguinaria, quanto incapace di fondare  una società perfetta e che anzi a visto il suo culmine nel XX secolo, il “secolo delle idee assassine” secondo la definizione dello storico Robert Conquest.

Se la fortuna del termine, almeno al di fuori del mondo angloamericano, è stata certamente non particolarmente popolare, un’inversione della tendenza può essere collegata, a partire dal 2005, alla nascita del gruppo ECR (European Conservatives and Reformists Group), certamente rinvigorito e rifondato dall’ingresso di Fratelli d’Italia nel 2019. Per quanto riguarda l’Italia il termine, certamente non assente dal dibattito culturale e con una rilevante tradizione, ha trovato nuova evidenza con il dichiarato intento di Giorgia Meloni di dare luogo a una politica conservatrice, i cui riferimenti ideali sono stati esplicitati nel discorso di insediamento al governo, anche con i significativi riferimenti a campioni del pensiero conservatore come Gustave Thibon e Sir Roger Scruton.

Ma cosa significa essere conservatori oggi? Siamo di fronte solo a una diversa declinazione ideologica o a qualche cosa di diverso?

La prima cosa da chiarire è che essere conservatori non significa essere propugnatori di un ritorno al passato in quanto tale, il che sarebbe simmetrico all’ideologia progressista per cui in “nuovo” debba essere per definizione migliore dell’esistente. Essere conservatori è innanzitutto un “atteggiamento”, ovvero il preferire l’esistente a un utopico possibile, dove passato, presente e futuro non sono in contrapposizione reciproca, bensì rappresentano un avvicendarsi di generazioni che si trasmettono un’eredità con il compito di emendarla e arricchirla per il futuro. Non nostalgia del passato, ma nostalgia del futuro. Questo atteggiamento non può che partire dalla presa d’atto del reale, il “principio di realtà”, il reale naturale e storico con le sue esigenze che concernono l’uomo nella sua dimensione umana personale e di relazione, da cui scaturisce la realtà sociale. Si tratta di un atteggiamento “psicologico” e non ideologico, animato da concreto realismo.

Questo atteggiamento psicologico di attenzione al reale costituisce la base per una riflessione, per formulare un giudizio, e formulare giudizi non è altro che definire una cultura, cioè una visione globale della vita personale e sociale, sulla base della quale il soggetto umano si coltiva nella prospettiva di realizzare la propria vocazione. Cultura richiama il coltivare, il termine deriva per similitudine dalla realtà agricola, e significa crescere per raggiungere la pienezza del proprio essere nelle sue potenzialità.

Il conservatorismo è quindi una cultura, anche se non ha “testi sacri”, “culti” e “chiese” laiche a cui obbedire. Si capisce bene, per altro, come si definisca anche in contrapposizione ad altri atteggiamenti culturali, come gli ancora imperanti, ma auspicabilmente in declino, “woke”, “politically correct” , “teorie gender” e altre follie ideologiche (e linguistiche …) che nascono dalla esasperazione di una presunta totale autodeterminazione della realtà umana, da un relativismo totale che non è sinonimo di libertà, bensì di una “dittatura del desiderio” sganciata dalla realtà.

Se il conservatore non è succube del passato, non per questo non ama la “tradizione”. Ovvero, come accennato prima, ama raccogliere quanto utile a mantenere il bene comune, valorizzando e ovviamente curando il capitale di valori e buone pratiche ricevuto in eredità dalla civiltà vivente in cui si colloca. Certamente ogni capitale richiede cura e adeguamento, l’attenzione necessaria affinché che non perda di valore. Questo significa anche preservare una identità, che si declina secondo tradizioni locali e nazionali. Identità caratterizzante che non si contrappone ad altre identità, ma sa anche arricchirsi nel confronto, come la storia dell’Occidente ha saputo dimostrare. “Custodire il fuoco, non adorare le ceneri” come un felice motto recita.

Infine, non ultima cosa, il conservatore mantiene un atteggiamento di apertura alla trascendenza, cioè alla constatazione che esista un ordinamento al di sopra di quanto disposto dagli uomini e dallo svolgersi dei tempi, che va riconosciuto in quanto ordinato al bene e affinché sia di tutela di fronte a ogni possibile arbitrio, tanto del potere dello stato e della sua eventuale declinazione sovrastale, perché fondato su una dignità non derogabile. E il primo fondamentale diritto, senza il quale non ne esistono altri, è il diritto alla vita nel suo intero compimento.

 

Gabriele Fontana

 

Alleanza Cattolica

 

Per approfondire: Marco Invernizzi, Oscar Sanguinetti, Vademecum del conservatore italiano, prefazione di Lorenzo Malagola, postfazione di Francesco Giubilei, Historica Giubilei Regnani, Roma, 2025.